Il Carnevale sardo - Cuor di Sardegna

In: Tradizioni sarde Su: mercoledì, gennaio 13, 2016

Sant'Antonio Abate è una data importante per tutti i sardi, in quanto sancisce l'inizio del Carnevale.

Il 17 gennaio, ogni paese, da nord a sud, vive in modo diverso, caratteristico e pittoresco questa giornata, le tradizioni sono rimaste ben radicate anche in centri che distano pochi chilometri l'uno dell'altro e, oltre ai riti propiziatori, ognuno ha mantenuto ben saldo il ricordo della propria  maschera tradizionale

Un susseguirsi di riti pre-cristiani, propiziatori di una buona annata di raccolta e di pioggia per esempio, che poi la chiesa ha cercato, riuscendoci in parte, di cristianizzare. E' il giorno in cui si assaggia il vino nuovo, in cui si mangiano fave lardo e tutti i dolci tipici del carnevale isolano, ma soprattutto è la prima uscita delle maschere.

Come detto tantissimi centri, anche a poca distanza fra di loro, hanno mantenuto nel tempo le tradizioni di queste maschere secolari, resistendo anche alle pressioni ecclesiastiche che voleva cancellarle, accanendosi soprattutto con quelle che possedevano grandi corna, troppo simili al demonio. Nelle maschere sarde l'uomo si impersonifica nell'animale, e per tale ragione vengono spesso utilizzate pelli, corna o ossa.

Le maschere tradizionali che sono giunte fino a noi, con tutte le differenze e le particolarità, sono soprattutto quelle del nuorese, ma si pensa che le maschere fossero diffuse un po' in tutta la l'isola.

VEDIAMO ORA ALCUNE MASCHERE DELLA TRADIZIONE SARDA.

FONNI

Il carnevale del comune più alto dell'isola rappresenta la vera lotta fra l'uomo, su Buttudu, e l'animale, S'urthu. I due personaggi sfilano in coppia e i primi cercano, con delle catene, di tenere a bada i secondi, che cercano di scappare, arrampicandosi ovunque, nel tentativo appunto di conquistare la libertà. S'Urthu è vestito di pelli di montone o di caprone di colore bianco o nero, ha un grosso campanaccio legato al collo, la faccia annerita dal sughero carbonizzato. Sos Buttudos invece indossano un cappotto di orbace sopra abiti di velluto, scarponi e gambali di cuoio, sulle spalle i campanacci chiamati sonaggias.

 

GAVOI

Benchè non sia una maschera nel senso letterale del termine, sos Tumbarinos sono comunque gli animatori del carnevale del centro barbaricino. In realtà sono dei suonatori, vestiti in velluto, che nel periodo di carnevale animano le strade de paese suonando all’impazzata sui tamburi costruiti a mano con pelli di pecora e capra. Qui è il suono a fare da padrone, e a fianco dei tamburi vi sono altri strumenti tipici della tradizione sarda, su pippiolu, una sorta di piffero in canna e su triangolu, il triangolo in ferro che viene percosso.

 

MAMOIADA

Forse il Carnevale più noto fuori dall'isola, ha nella maschera nera dei Mamuthones il simbolo per eccellenza. Maschere nere, in legno, che ricoprono i visi di persone che indossano pelli ovine e pesanti campanacci. Questa maschera è sempre accompagnata da sos Issohadores, che dettano tempi e ritmi della danza cadanzata. Gli Issohadores prendono il loro nome da sa soca, la fune che lanciano durante le sfilata cercando di catturare le belle ragazze. E' discusso se sos issohoadores abbiano una maschera bianca oppure il volto scoperto. I volti cupi dei Mamuthones, accompagnati dai pesanti campanacci, rendono il loro passaggio indimenticabile. Un suono creato dall'insieme dei campanacci e sonagli, chiamati sa carriga, che ha un peso complessivo che si aggira sui 20/25 chili.

 

NEONELI

Il piccolo centro in provincia di Oristano, grazie al recente ritrovamento di alcuni scritti, ha da poco riscoperto la sua maschera tradizionale, Sos Corriolos. La maschera si caratterizza per un particolare copricapo, generalmente di sughero, a cui vengono applicate corna di daino o di cervo. Sulle spalle indossa una pelle di riccio, mentre sulle schiena dei più usuali campanacci scuotono delle ossa di animale. Anche loro hanno una danza particolare e, al suono di un corno, si dispongono in cerchio intorno a un fuoco e danzano.

 

ORANI

Sempre in Barbagia, a poca distanza da Nuoro, c'è Orani, paesino che in ogni sfilata di maschere tipiche si esibisce con Su Bundu. In questo caso il personaggio indossa abiti da contadino, a testimoniare un'economia paesana rivolta più all'agricoltura che alla pastorizia. Un cappotto largo, pantaloni di velluto, gambali di cuoio sono gli abiti, mentre una grossa maschera ovoidale in sughero ricopre il viso. Una maschera unica nel suo genere, che non ha simili nel carnevale isolano, con un naso particolarmente prominente e di forma aquilina, baffi voluminosi, una protuberanza che si estende sotto la bocca a definire il doppio mento e infine le corna bovineche che segnano il confine e la simbiosi tra l’umano e l’animale.

Nella maschera originale l’area facciale e il naso sono tinte in rosso sanguino (in origine probabilmente vero e proprio sangue animale), mentre i baffi, mento e corna sono di color bianco.

 

OROTELLI

Sos Thurpos sono le maschere tipiche del carnevale di Orotelli. Hanno il viso dipinto di nero con gli occhi coperti dal cappuccio di un lungo pastrano di orbace detto su “gabbanu”. Anche in questo caso abbiamo personaggi della tradizione contadina e non pastorale, e lo si nota dalla mancanza di pelli o riferimenti ad animali. Alcuni di loro sono aggiogati come buoi e portano a tracolla dei campanacci per allontanare gli spiriti maligni.

 

OTTANA

Ottana è un centro in provincia di Nuoro, che è stato uno dei primi a valorizzare la maschera tradizionale. Non a caso, proprio all'ingresso del Paese si trova una bellissima scultura con le due maschera caratteristiche, i Boes e i Merdules. Sos Boes non sono altro che i buoi, ricoperti di campanacci e pelli di pecora, con una maschera con lunghe corna e colori sgargianti, sono tenuti alle redini da sos Merdùles, i loro padroni, uomini col viso coperto da atroci maschere nere. Una maschera che si sente arrivare da lontano, per via dei campanacci intrecciati su larghe tracolle di cuoio indossati dai boes, che li scrollano ritmicamente in quella che sembra quasi una danza. Se i vestiti sono quelli dell'ambiente agro-pastorale (benche poi Ottana nei decenni passati abbia avuto una evoluzione verso l'industria chimica), le maschere che nascondono il viso sono fatte in legno, decorate e raffinate quelle del bue, con una stella propiziatoria in fronte, meno curate e il più possibile “brutte”, quelle dei loro padroni, in quanto dovevano spaventare la sfortuna. Il legno utilizzato prevalentemente è quello del pero selvatico, per via della sua leggerezza e per la mancanza di nodi e venature. A questi due spesso si accompagna Sa Filonzana, una enigmatica e inquietante figura femminile, gobba e vestita di nero, tipica della tradizione sarda, la quale fila quello che simbolicamente è il filo della vita e minaccia sempre di tagliarlo se non gli viene offerto un bel bicchiere di vino rosso. 

 

ORISTANO

Il Carnevale oristanese è un po' diverso da quello barbaricino e la Sartiglia ne è la dimostrazione, essendo una manifestazione ben più recente. La maschera di Oristano non ha le sembianze di nessun animale ma è una sorta di semi-dio chiamato Su Componidori. E' una fra le più originali ed enigmatiche maschere sarde, indossa una maschera androgina di terracotta, calzari in pelle, camicia bianca, un velo bianco sul capo e un cappello a cilindro nero. In realtà non tutti si possono vestire da Su Componidori, ma solamente il cavaliere prescelto per la corsa della Sartiglia, e non si usano i vestiti propri bensì quelli tradizionali gelosamente custoditi dal gremio. Il simbolo forse della tradizione oristanese è proprio la maschera, molto ricercata come ricordo dai turisti che in numerosi accorrono per la Sartiglia.

 

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