Giornata della Memoria: venticinque sardi raccontano la Seconda Guerra Mondiale

In: News Su: giovedì, gennaio 22, 2015

La fame, la paura, la prigionia, il freddo, i campi di concentramento, le bombe, la morte... il ritorno a casa.

Venticinque sardi raccontano la Seconda Guerra Mondiale.

Racconti di morte e di vita ma anche di dolore e solidarietà fra i sardi che hanno combattuto nelle steppe della Russia o negli altipiani spagnoli, sui monti del fronte greco- albanese e in quelli del Montenegro.
Uomini che hanno conosciuto la prigionia nei campi di concentramento nazisti, russi o in Africa o sono sfuggiti alle bombe su Cagliari.

Giorno della memoria: il racconto dei sardi nel Dvd di Graziano Canu “Gli ultimi testimoni. Sardi nella seconda guerra mondiale”.

 di Michele Tatti

Voci di casa nostra nel Giorno della Memoria.

Di dove sei?

Di Gairo. E  tu?

Di Siniscola.

Allora conosci mio fratello.

E chi è?

Melis Egidio, fa il cantoniere.

Quel… Mi ha messo la contravvenzione perché camminavo con il carro in cunetta.

A parlare non sono due sardi che si incontrano in una stazione dei treni, né emigrati isolani in terra straniera ritrovatisi a lavorare nella stessa fabbrica.  Lo scenario è molto più drammatico, quasi inimmaginabile: campo di concentramento di Mauthausen-Gusen. In quel lager dell’Alta Austria, e nei suoi 49 sottocampi dove il lavoro era una condanna a morte, in cinque anni  sono stati uccisi almeno  128 mila prigionieri. Quando i militari americani entrano  il 5 maggio 1945 scoprono l’orrore di cataste di cadaveri. Tra i 16 mila morti viventi , c’è anche Modesto Melis, classe 1920, originario di Gairo residente a Carbonia.

Voci di casa nostra nella Giornata della Memoria che Graziano Canu ha fissato in “Gli ultimi testimoni. Sardi nella seconda guerra mondiale. Venticinque video interviste raccolte in un Dvd edito da Radio Barbagia (riprese e montaggio di Renzo Gualà, progetto grafico di Giovanni Cadinu, musiche originali di Daniele Barbato, voce narrante Gianni Cossu), che, non solo in questi giorni, ogni genitore ha il dovere di far vedere ai suoi figli, ogni nonno o zio ai nipoti, ogni parroco ai suoi ragazzi dell’oratorio, ogni insegnante ai suoi studenti.

Modesto Melis, nonostante i suoi 95 anni, il 22 gennaio sarà a Nuoro alla scuola media Maccioni. Come ha fatto in tutti questi anni in decine di incontri, racconterà ai ragazzi la sua esperienza,  quel terribile anno trascorso a Mauthausen, faccia a faccia con la morte, sicuro di morire a sua volta e girerà la manovella di una sirena manuale che si è portato dietro dal lager. Era un soldato sbandato dopo l’armistizio. Venne catturato dai fascisti a Firenze il 4 febbraio del '44 e deportato nel lager austriaco dopo alcuni giorni trascorsi  nel carcere delle Murate e le soste e nei campi di concentramento italiani di Fossoli (provincia di Modena) e Gries (Bolzano).  La sua salvezza è stata quella qualifica di “elettromeccanico” affibbiatagli da un compagno di prigionia alle Murate, che gli ha consentito di partire per il campo di concentramento, lui che era un servo pastore e poi muratore con poche nozioni-base da elettricista, con una professionalità posticcia ma utilissima per i tedeschi che potevano destinarlo alle gallerie-fabbrica di Gusen dove ogni giorno veniva accompagnato in treno dal campo di Mauthausen per costruire gli aerei da guerra.

Ecco il racconto di Modesto Melis (internato come prigioniero politico, identificato con il triangolo rosso e marchiato con il numero di matricola 82.241) che Graziano Canu ha fissato in vari spezzoni del suo docufilm

"A me non mi piaceva combattere con i fascisti o con i tedeschi. Sempre in guerra dovevo andare. Allora sono rimasto a Firenze, facevo lo sbandato. C’era un posto di blocco, i tedeschi con i cani: sono rimasto nascosto nel tubo  di una fogna  per cinque ore. Quando, alle prime luci dell’alba, sono uscito mi sono lavato  nelle acque del fiume Arno. Arriva un ufficiale della polizia: «Figliolo bello – mi dice battendomi la mano su una spalla -  tu sei partigiano». Arrestato. Dopo il carcere a Firenze, passo un mese a Fossoli, campo di smistamento. Assisto alla fucilazione di otto prigionieri. Uccisi per rappresaglia perché  alcuni soldati tedeschi erano stati uccisi a Genova. Si era sparsa la voce di una partenza per la Germania, non dicevano che lì ci avrebbero ammazzati. «Adesso – promettevano -  state male, ma quando arriverete in Germania starete bene». Lo sapevano loro… davvero. Ci hanno fatto andare a Bolzano, poi a Innsbruck. Per arrivare a Mathausen abbiamo impiegato cinque giorni perché il nostro treno si fermava in un binario morto per far passare i convogli militari che andavano al fronte in Italia per combattere gli americani sbarcati in Sicilia. All’arrivo a Mauthausen è cominciata la festa. (…)"

"Nella  galleria lunga 12 metri e alta 25 di Gusen (dove lavorano per costruire gli aerei, n.d.r.) sento bestemmiare in sardo alzo gli occhi ma non riuscivo a distinguerlo, bestemmio in sardo anch’i. Lui (un vigilante che sorvegliava i compagni di prigionia, n.d.r.) guarda giù e finalmente riusciamo a riconoscerci: badava a una squadra di dieci internati senza però poter parlare con loro. Hai fame” mi dice a bassa voce. «Di dove sei?». Di Gairo, e tu? «Di Siniscola. Allora conosci a mio fratello..». (…)"

"A  Mauthausen in qualche momento che potevo dormire sognavo sempre che stavo mangiando. A noi (operai preziosi per le sorti belliche, n.d.r.) ci davano qualche patata in più qualche volta, anche se era marcia era buona lo stesso (…)

"Ci hanno fatto spogliare, ci hanno rasato, buttato delle polverina per disinfettarci, sentivamo l’odore del gas ma per fortuna dalle docce il getto è stato d’acqua e solo allora abbiamo respirato a pieni polmoni. Però si doveva sgomberare la camera a gas dove era stati ucciso poco prima altri prigionieri. Prendevamo i cadaveri  in due, uno per la testa e l’altro per i piedi e li caricavamo sui carri che li trasportava al forno crematoio. (…)"

"Quando arrivano gli ebrei, fermavano i convogli e grandi e piccoli, divisi per squadre, venivano avviati alle camere a gas. Un giorno  ho visto arrivare una signora ben vestita con una bambinetta vestita di bianco che avrà avuto si e no quattro anni. L’ ufficiale tedesco prese in braccio la piccola e ridendo la lanciava in aria. Anche la bambina rideva pensando a un gioco ma quello improvvisamente la lanciò sulla rete di recinzione provocando una fiammata, quella piccina è stata incenerita dalla corrente a 75 mila volt. Un’altra volta è arrivata una donna che aveva appena partorito in treno. Come è scesa un soldato tedesco gli ha preso il neonato dal grembo e alle proteste della mamma tira la pistola spara al bambino e glielo lancia addosso con la testa fracassata.  (…)"

«È possibile che abbia visto tutte queste cose?», si chiede Modesto Melis. Una domanda che accomuna tutti i 25 intervistati da Graziano Canu in “Gli ultimi testimoni. Sardi nella seconda guerra mondiale”, dvd acquistabile anche on-line sul nostro sito www.cuordisardegna.com, negozio di prodotti tipici sardi.  Parlano Benigno Casula di Tonara, Sebastiano Gioi e Francesca Maccioni di Desulo, Antonio Frau di Ovodda, Agostino Carai di Olzai, Giovanni Mereu di Dorgali, Pinuccio Tinti di Cagliari, Riccardo Monni di Ilbono-Cagliari, Nino Sirigu di Siurgus Donigala, Giuliano Farris di Orosei, Francesco Ortu di Bolotana, Francesco Ignazio Fronteddu di Oliena, Giuseppe Mereu di Pula, Modesto Melis di Gairo-Carbonia, Adolfo Sanna di Oristano, Gaetano Angius di Villanova Monteleone, Antonio Manca di Ozieri, Bruno Bagedda di Bitti-Nuoro, Maria Caggiari di Bortigali, Francesco Bianchina di Oristano, Daniele Flore di Sorradile, Bernardino Mangia di Orune-Nuoro, Giovanni Appeddu di Tempio, Luigi Cannas di Tula e Antonio Loche di Tonara-Ittiri.

Non ex combattenti e reduci, ma sopravvissuti alla mattanza della Seconda Guerra Mondiale. Lo scorrere delle immagini, spesso più le pause delle parole e i singhiozzi figli dello strazio del  ricordo, riportano al nostro drammatico presente e all’amara constatazione che la storia niente sembra insegnare. Graziano Canu, fissando nella memoria personale e collettiva i dolorosi ricordi degli italiani massacrati in Grecia e Albania, dei pochi sopravvissuti alla campagna di Russia,  dei soldati internati nei campi di prigionia, dei lagher, della guerra civile spagnola, della campagna d’Africa, dei bombardamenti su Cagliari, delle donne, bambini anziani rimasti in paese che dovevano fre i conti con la fame e il mercato nero. Forse Modesto Melis e tutti gli “Ultimi testimoni” solo una cosa non riescono a spiegarsi: che differenza c’è tra  gli inconsapevoli «agnelli che volevano ancora il latte» (Antonio Frau) e  chi combatte oggi in troppe aree di questo mondo quella terza guerra mondiale di cui parla papa Francesco?  Cosa distingue quel sardo costretto in Russia a uccidere un suo conterraneo presunto disertore (testimonianza di Bruno Bagedda) dal bambino spinto in questi tempi dagli integralisti islamici dell’Isis a sparare a una presunta spia? Possono essere considerati diversi i morti in mare della marina militare (citazioni di Giuseppe Farris) dalle odierne tragedie provocate dagli scafisti nel Mediterraneo. Quante mamme in tutto il mondo attendono notizie, come nel 1945 (Agostino Carai), dei figli mandati in guerra?  Quante donne, bambini e anziani tremano ancora (Giovanni Mereu) sentendo il sibilio di una bomba in arrivo? In quanti in queste ore si ritrovano  a dialogare con la morte (Bernardino Mangia) come 60 anni fa?

Dal settimane della Diocesi di Nuoro  “L’Ortobene”, n. 2/2015

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